05 ottobre 2012

I grandi falsi dell'alimentare

Erano etichettati come vini doc, in realtà erano preparati solubili tutt'altro che di qualità. E poi c'erano i famosi limoni di Sorrento che in realtà provenivano dall'Argentina. Sono alcuni tra i 3500 chilogrammi di prodotti prodotti ortofrutticoli, lattiero caseari e gastronomici con falsi marchi di qualità sequestrati dai Nac (Nuclei Antifrodi dei carabinieri) nell'ambito di verifiche disposte in tutta Italia dal Comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari a tutela dei consumatori. LIMONI E PIZZE - I 6 quintali di limoni provenienti dall'Argentina ma commercializzati come igp (indicazione geografica protetta) nazionali sono stati scoperti in provincia di Napoli. Mentre in quella di Macerata sono stati sequestrati 1.300 kg di pizze che riportavano sulle etichette falsi marchi a denominazione «Cipolla rossa di Tropea» e «San Marzano». IL FALSO MADE IN ITALY - Le indagini dei Nuclei Antifrodi Carabinieri sulla contraffazione dei prodotti di qualità hanno dunque riguardato anche il falso Made in Italy prodotto all'estero: è stata infatti attivata la rete di cooperazione internazionale di polizia di Interpol per contrastare la contraffazione dei vini a denominazione «Barolo, Chianti, Valpolicella, Montepulciano e Nero d'Avola» prodotti in Gran Bretagna in «wine-kit», preparati solubili in acqua che il consumatore straniero è indotto a considerare come vino nazionale di qualità. ANCHE L'ACETO BALSAMICO - La stessa iniziativa è stata presa anche per contrastare la produzione in Germania del falso «Aceto Balsamico di Modena IGP». Contestati pure 2 milioni e 500 mila euro di sanzioni amministrative in materia di finanziamenti comunitari illeciti nel comparto agro-alimentare.

Cerchi il Giapponese e trovi il cinese...

Se i chicchi di riso sono troppo duri poggiate delicatamente la bacchetta sul tavolo. Guardate con attenzione come è tagliato il sashimi. Magari date un’occhiata se notate piatti-clone tipici della cucina nipponica (realizzati spesso in cera). Direte: pochi segnali per capire davvero se siete di fronte a un ristorante “autenticamente” giapponese. Il rischio è che lo chef nascosto in cucina sia originario del Guangdong. Non proprio a due passi da Tokyo. LE INSEGNE COPIATE – Così l’ipotesi-contraffazione – giocata sull’affinità linguistico-culturale e sulla capacità di replicare alla perfezione gli ideogrammi nipponici sulle insegne dei sushi-bar – sarebbe diventata la formula preponderante dei ristoratori cinesi per smarcarsi da un brand-Paese percepito come meno attraente. Ecco perché questa (presunta) mega-operazione di “distrazione di massa” non poteva che preoccupare anche Tokyo. Tanto da indurre Jetro – l’ente governativo giapponese di promozione del commercio con l’estero – a giocare di sponda con Fipe (la federazione italiana pubblici esercizi) ipotizzando persino un certificato di autenticità del cibo per limitare al minimo gli effetti di questo inquinamento alimentare. IL BOOM – Soprattutto perché la cucina giapponese in Italia riscuote così tanto successo da essere diventata un vero e proprio fenomeno culturale. Solo a Milano si calcolano oltre 200 ristoranti “simil-giapponesi” (nel 2006 erano 70). Mentre a Firenze sono 50, di cui solo sei – sembrerebbe – hanno al loro interno un cuoco proveniente dal paese del Sol Levante. Un paradosso. Una crescita esponenziale di nuove aperture che sorprende non poco, considerando che ambasciata e consolato nipponico in Italia non hanno finora registrato una diaspora verso il Belpaese per intercettare la domanda culinaria nostrana. IL LOW COST - Dice a Corriere.it Lino Stoppani, presidente Fipe che questo interesse della folta comunità cinese verso la gastronomia del Paese-rivale (la Storia non dimentica certo l’eterna conflittualità sino-giapponese) abbia anche una motivazione economica: «I cinesi hanno grandissime competenze culinarie, sono instancabili lavoratori e soprattutto hanno puntato sul low-cost. Così succede che con 20 euro puoi mangiare pesce crudo in pieno centro a Milano. Una fascia di prezzo alla portata di tutti». LA DISAFFEZIONE – Al potere d’acquisto ridotto al lumicino si associa una maggiore disaffezione verso la cucina cinese. Le resistenze sono legate soprattutto all’igiene e alla qualità degli alimenti, amplificate dagli echi (mediatici) delle epidemie di Sars e Aviaria, che hanno finito per “razionalizzare” i ristoranti presenti in Italia che fino a qualche anno fa godevano di una certa credibilità. Per molti esercenti l’unica via d’uscita è stata perciò quella di riposizionarsi sul mercato, aprendo un sushi-bar sfruttando la fortissima somiglianza somatica con i loro vicini d’Oriente. LA FILIERA - Il resto l’ha fatto una filiera che di fatto sfugge a ogni controllo, con una serie di operatori in regime di oligopolio e inefficaci reti distributive che penalizzano di più le materie prime giapponesi rispetto alle omologhe cinesi. Il risultato è il boom della cucina “fusion” servita alla cantonese. Con salsa di soia proveniente chissà da dove.

Miracolo italiano ?

Più cinquanta posti di lavoro in meno di un anno, uguale infinita soddisfazione. È questa la scritta sottostante alla equivalente formula matematica che campeggia sul Corriere di oggi, voluta dal sessantunenne imprenditore Angelo Corigliano, presidente di Itex srl, che, scoprendosi malato, ha voluto prendere un impegno per «dare un piccolo contributo al rilancio del nostro Paese». «LA MALATTIA MI HA FATTO RIFLETTERE »- Corigliano si presenta come «un imprenditore italiano che ha creato una piccola multinazionale di servizi ed è soddisfatto per quanto ha fatto nella vita». Nel riconoscere di avere «una splendida famiglia cui devo tutto» e dei «meravigliosi collaboratori che hanno contribuito al successo della mia impresa, anche se ora la crisi morde feroce», Corigliano svela che ora per lui «tutto è cambiato e la malattia che mi hanno diagnosticato lo scorso mese mi ha fatto riflettere e reagire». Da qui la decisione di investire nella sua azienda «per un rapido sviluppo, promettendo di creare, entro un anno, cinquanta nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato». «PICCOLO CONTRIBUTO AL RILANCIO DEL PAESE»- Corigliano chiude con un messaggio di amore per la sua impresa e con la voglia di lasciare la sua impronta nel rilancio del Sistema Italia: «Infinito il traguardo che desidero per la mia azienda, non deve fermarsi per me - dice - ma voglio che cambi nel tempo, si adegui alle difficoltà, cavalchi le opportunità con le competenze e le risorse umane che servono. Infinita sarà la mia soddisfazione di avere dato un piccolo contributo al rilancio del nostro Paese».

04 ottobre 2012

Tatuaggi colorati con colori cancerogeni

MILANO - Dragon Yellow, Golden Rod, Egg Shell, Lemon Yellow, Maroon Honey e vari altri. Sono alcuni degli inchiostri per tatuaggi prodotti dell’azienda statunitense Intenze, che il Rapex – il sistema europeo di allerta rapido per i beni non alimentari – ha segnalato nei giorni scorsi come pericolosi. Motivo: contengono un’ammina aromatica, chiamata o-anisidina, specificamente vietata da una risoluzione del Consiglio d’Europa del 2008, perché cancerogena. I prodotti sotto accusa, una quindicina in tutto (guarda l'elenco), hanno colori che vanno dal rosso ruggine, all’arancio, fino al giallo intenso e al verde, e in Italia non potranno più essere venduti. I RISCHI - Ma chi li porta indelebili sulla pelle deve preoccuparsi? «Concordo pienamente con la decisione europea, perché qualsiasi intervento volto a tutelare la salute della popolazione va accolto con favore, soprattutto se riguarda prodotti il cui uso non è necessario - commenta Luigi Naldi, dermatologo degli Ospedali Riuniti di Bergamo e direttore del Centro Studi Gise -. Tuttavia, sebbene il Rapex consigli di farsi togliere i tatuaggi che contengono i coloranti segnalati, va precisato che il rischio di sviluppare un tumore è davvero molto ridotto. Certo, questa vicenda dà certamente un motivo in più per eliminare un tatuaggio, se già si aveva l’intenzione di farlo. Ma bisogna tenere presente che i colori incriminati sono proprio quelli meno sensibili all’azione dei laser usati per queste procedure, e che comunque, per avere un risultato soddisfacente, occorrono molte sedute. L’intero trattamento può durare anche più di un anno». RIMOZIONE - Proprio Naldi firma questo mese, sulla rivista specializzata Archives of Dermatology, uno studio che ha identificato i fattori che più influenzano la buona riuscita di questi trattamenti. Negli oltre 350 pazienti che si sono sottoposti alla rimozione, tutti trattati presso il centro specializzato Iclid di Milano, il laser Q-switched, il più usato in questi casi, permette di ottenere un risultato soddisfacente nel 47 per cento dei casi dopo 10 sedute, e nel 75 per cento dei casi dopo 15. «Ma fra una sessione e l’altra devono passare almeno otto settimane, perché il laser funziona frantumando l’inchiostro, che deve poi essere eliminato da cellule specifiche del sistema immunitario, chiamate macrofagi. Perché la loro azione sia completa occorre tempo» spiega il dermatologo. Il fumo, l’estensione del tatuaggio, la presenza del verde o del giallo sono tutti elementi che influenzano negativamente il risultato. «Il fumo, in particolare, inibisce l’azione dei macrofagi - chiarisce Naldi -, mentre i disegni più grandi di 30 centimetri possono lasciare tracce. Infine, i colori verde e giallo sono i meno sensibili al laser, che lavora molto meglio con i tinte scure, quali il nero o il rosso cupo». CONTROLLI - Non è la prima volta che i tatuaggi sono accusati di nuocere alla salute. «Le irregolarità però riguardano più spesso la conservazione degli inchiostri - prosegue l’esperto -. Recentemente, negli Stati Uniti, un problema di questo tipo ha determinato una piccola epidemia di un’infezione cutanea causata da un micobatterio. Anche se la grande maggioranza dei tatuatori ha una preparazione specifica e svolge il suo lavoro con responsabilità, il settore avrebbe bisogno di maggiori controlli, anche considerato che la moda dei tatuaggi conquista un numero sempre crescente di persone. Da una nostra stima risulta che il 30-40 per cento degli under 30 ha un tatuaggio e che, a differenza di quanto avveniva in passato, oggi le donne hanno superato gli uomini. I tatuaggi femminili tuttavia sono in genere di piccole dimensioni e molto meno vistosi di quelli maschili».

E' tutta una questione di confezione.

[Esplora il significato del termine: Può capitare di trovarsi all’estero e assaggiare prodotti alimentari che sono italiani solo in apparenza. Parmigiano ribattezzato parmesan fettuccine maschili (fettuccini) affettati di dubbia provenienza genericamente targati “Bologna”. E le differenze non sono solo grammaticali, naturalmente. Viene da domandarsi come sia possibile che prodotti simili riescano a trovare mercato. E che mercato. Del resto basta una lettura superficiale dei giornali per apprendere che i dati dell’export alimentare italiano, quello vero però, sono così così. Anche qui, vista l’indubbia qualità del food made in Italy che il mondo intero ci riconosce, la sorpresa è legittima. Per sciogliere l’arcano si scomodano esperti di economia aziendale, logistica e sistemi gestionali. Studiosi dello sconfinato, ricco, settore dell’italian food. Problemi di distribuzione, mancati accordi internazionali e altri complessità macro economiche vengono citate per spiegare, e spiegarci, come sia possibile che i prodotti italiani nei supermarket stranieri vengano superati nelle vendite dai loro clone sgrammaticati del mercato estero. Forse serve un master in sistemi gestionali per capirci qualcosa. Ma anche senza simili certificazioni, per vederci più chiaro si possono sempre fare escursioni nei supermercati di mezzo mondo. E scoprire che in realtà le differenze tra i prodotti italiani e gli altri non sono solo attinenti al palato. Colpisce soprattutto, a parita di scaffale che ciò che contraddistingue molti (ottimi) prodotti italiani, dai finto-italiani “italian sounding” made in USA e altrove è un vero e proprio “spread visivo”. I corridoi di un Sainsbury qualunque, restituiscono un mondo capovolto: immangiabile pesto inglese impacchettato in graziosi barattoli con etichette che sembrano scritte a mano dai contadini della lunigiana. L’immagine stessa della genuinità della campagna italiana e della sua sapienza contadina. Per la gioia visiva del pubblico comprante. L’omologo pesto italiano invece, (che a livello qualitativo in confronto sembra da 3 stelle Michelin), il più delle volte ha un’immagine che si potrebbe definire da economie emergenti. Quei paesi in cui le parole “grande industria” evocano ancora progresso, piuttosto che inquinamento e omologazione. Si dice pesto ma si potrebbe dire pasta. Improponibili spaghetti anglosassoni predisposti alla (s)cottura hanno spesso un packaging molto più convincente nella sua italianità di quelli che italiani lo sono sul serio. La lista può andare avanti, Olio d’oliva, formaggi, caffè, cioccolata. Un mondo di delizie alimentari che da est a ovest il mondo da sempre ci invidia. Le aziende italiane però sembrano determinate nel proporre anche ai mercati esteri quello che fanno per il mercato interno, ossia del packaging che solo noi italiani possiamo capire, o quantomeno tollerare. Un tempo non era così, si sa. In molti collezionano le belle scatole dei biscotti Gentilini del primo 900, qualche pacco vintage della Barilla che fu. O l’immancabile barattolo di latta della Coccoina (si mangia anche quella, almeno da bambini). Dagli anni 80 però in Italia le grandi aziende alimentari e agenzie di pubblicità hanno stabilito che il per vendere alimentari si deve utilizzare un’iconografia rassicurante e fumettosa, con immagini per adulti-bambini. Packaging che fanno largo uso di parole tendenzialmente volano e si deformano, grazie all’uso generoso di effetti speciali. Tutto è spesso un po’ pastello anche se a volte ci sono colori forti, purché ombreggiati. Food da fantascienza insomma. Immagini nè vecchie né nuove, a metà tra foto e rendering 3d. Non mancano nemmeno le rievocazione del passato (le casette coi mulini, e fornai buoni). Un passato ridisegnato come un fumetto Manga. Piccolo mondo antico, generosamente ritoccato in Photoshop però. Quello del food packaging italiano è un universo separato dal mondo esterno, verso il quale noi, mercato interno, abbiamo sviluppato anticorpi robusti. Sappiamo infatti che nascosti in sospetti involucri giallini pieni di impicci grafici si celano spesso dei buonissimi biscotti. E ce ne infischiamo se l’ottimo olio d’oliva toscano o pugliese sembra imbottigliato in poverissime fabbriche ucraine. E’ roba buona, che visivamente segue regole “altre” rispetto al resto del mondo postindustrializzato di cui anche l’italia fa parte. Cose che non hanno senso, e allora? Il consumatore italiano ormai sa quali sono i canoni e di più non chiede. Alternative comunque nei supermercati normali comunque non ce ne sono. I problemi come al solito vengono dall’Europa. E non solo. La “shopping class” globalizzata ad esempio negli anni ha scoperto il gusto per la pulizia del minimalismo nelle confezioni di prodotti alimentari. Scatole sobrie di un’eleganza moderna e attenta alla qualità della materia prima. Purezza anche tipografica, niente ombre e sfumature. Packaging che fanno uso di fotografie belle per davvero. Saranno magari dei mediocri piselli congelati quelli che contengono, ma a giudicare dal packaging sembrano still life. Per non parlare del successo dell’estetica vintage (spesso proprio di matrice italiana) di cui sopra. Packaging di vario tipo che fa un uso astuto quanto intelligente di elementi araldici, italiani naturalmente… Questa evoluzione del gusto tout court, dovrebbe beneficiare proprio l’industria italiana, che quei prodotti li produce da decenni. E bene. Quale cucina meglio si presta per sua vocazione a essere rappresentata in modo essenziale e senza additivi neanche grafici? Ma le aziende italiane non fanno la spesa da Wholefoods, Loblaws, D’AG o Tesco. Altrimenti si sarebbero accorte che anche fuori da Eataly chi compra prodotti ”italiani” lo fa anche perchè all’Italia associa un quoziente di valori intangibili quanto precisi. Un’idea di cucina semi-artigianale, genuina, invenzione di un paese antichissimo. Suggestioni semplici oltrechè assai spendibili, ma pressochè assenti nel modo in cui il food italiano viene promosso e venduto. La sensazione forse poco scientifica è che le aziende itlaliane abbiano volontariamente disertato una (preziosa) posizione di mercato. Complice la pigrizia del marcato interno, forse. Sarà quindi colpa di complessi fattori macroeconomici se nei supermerkati da Dubai a Filadelfia i prodotti italiani veri sono finiti sullo scaffale del food etnico, mentre quelli degli italian fake, fatturano (a nostro danno). Ma di sicuro il packaging 1.0 non aiuta. Chissà che i recenti dati dell’export in questo settore convincano qualche azienda italiana che il mondo sarà pure globalizzato, ma il packaging nazional popolare post carosello, a differenza della cucina made in italy, non è esportabile.] Può capitare di trovarsi all’estero e assaggiare prodotti alimentari che sono italiani solo in apparenza. Parmigiano ribattezzato parmesan fettuccine maschili (fettuccini) affettati di dubbia provenienza genericamente targati “Bologna”. E le differenze non sono solo grammaticali, naturalmente. Viene da domandarsi come sia possibile che prodotti simili riescano a trovare mercato. E che mercato. Del resto basta una lettura superficiale dei giornali per apprendere che i dati dell’export alimentare italiano, quello vero però, sono così così. Anche qui, vista l’indubbia qualità del food made in Italy che il mondo intero ci riconosce, la sorpresa è legittima. Per sciogliere l’arcano si scomodano esperti di economia aziendale, logistica e sistemi gestionali. Studiosi dello sconfinato, ricco, settore dell’italian food. Problemi di distribuzione, mancati accordi internazionali e altri complessità macro economiche vengono citate per spiegare, e spiegarci, come sia possibile che i prodotti italiani nei supermarket stranieri vengano superati nelle vendite dai loro clone sgrammaticati del mercato estero. Forse serve un master in sistemi gestionali per capirci qualcosa. Ma anche senza simili certificazioni, per vederci più chiaro si possono sempre fare escursioni nei supermercati di mezzo mondo. E scoprire che in realtà le differenze tra i prodotti italiani e gli altri non sono solo attinenti al palato. Colpisce soprattutto, a parita di scaffale che ciò che contraddistingue molti (ottimi) prodotti italiani, dai finto-italiani “italian sounding” made in USA e altrove è un vero e proprio “spread visivo”. I corridoi di un Sainsbury qualunque, restituiscono un mondo capovolto: immangiabile pesto inglese impacchettato in graziosi barattoli con etichette che sembrano scritte a mano dai contadini della lunigiana. L’immagine stessa della genuinità della campagna italiana e della sua sapienza contadina. Per la gioia visiva del pubblico comprante. L’omologo pesto italiano invece, (che a livello qualitativo in confronto sembra da 3 stelle Michelin), il più delle volte ha un’immagine che si potrebbe definire da economie emergenti. Quei paesi in cui le parole “grande industria” evocano ancora progresso, piuttosto che inquinamento e omologazione. Si dice pesto ma si potrebbe dire pasta. Improponibili spaghetti anglosassoni predisposti alla (s)cottura hanno spesso un packaging molto più convincente nella sua italianità di quelli che italiani lo sono sul serio. La lista può andare avanti, Olio d’oliva, formaggi, caffè, cioccolata. Un mondo di delizie alimentari che da est a ovest il mondo da sempre ci invidia. Le aziende italiane però sembrano determinate nel proporre anche ai mercati esteri quello che fanno per il mercato interno, ossia del packaging che solo noi italiani possiamo capire, o quantomeno tollerare. Un tempo non era così, si sa. In molti collezionano le belle scatole dei biscotti Gentilini del primo 900, qualche pacco vintage della Barilla che fu. O l’immancabile barattolo di latta della Coccoina (si mangia anche quella, almeno da bambini). Dagli anni 80 però in Italia le grandi aziende alimentari e agenzie di pubblicità hanno stabilito che il per vendere alimentari si deve utilizzare un’iconografia rassicurante e fumettosa, con immagini per adulti-bambini. Packaging che fanno largo uso di parole tendenzialmente volano e si deformano, grazie all’uso generoso di effetti speciali. Tutto è spesso un po’ pastello anche se a volte ci sono colori forti, purché ombreggiati. Food da fantascienza insomma. Immagini nè vecchie né nuove, a metà tra foto e rendering 3d. Non mancano nemmeno le rievocazione del passato (le casette coi mulini, e fornai buoni). Un passato ridisegnato come un fumetto Manga. Piccolo mondo antico, generosamente ritoccato in Photoshop però. Quello del food packaging italiano è un universo separato dal mondo esterno, verso il quale noi, mercato interno, abbiamo sviluppato anticorpi robusti. Sappiamo infatti che nascosti in sospetti involucri giallini pieni di impicci grafici si celano spesso dei buonissimi biscotti. E ce ne infischiamo se l’ottimo olio d’oliva toscano o pugliese sembra imbottigliato in poverissime fabbriche ucraine. E’ roba buona, che visivamente segue regole “altre” rispetto al resto del mondo postindustrializzato di cui anche l’italia fa parte. Cose che non hanno senso, e allora? Il consumatore italiano ormai sa quali sono i canoni e di più non chiede. Alternative comunque nei supermercati normali comunque non ce ne sono. I problemi come al solito vengono dall’Europa. E non solo. La “shopping class” globalizzata ad esempio negli anni ha scoperto il gusto per la pulizia del minimalismo nelle confezioni di prodotti alimentari. Scatole sobrie di un’eleganza moderna e attenta alla qualità della materia prima. Purezza anche tipografica, niente ombre e sfumature. Packaging che fanno uso di fotografie belle per davvero. Saranno magari dei mediocri piselli congelati quelli che contengono, ma a giudicare dal packaging sembrano still life. Per non parlare del successo dell’estetica vintage (spesso proprio di matrice italiana) di cui sopra. Packaging di vario tipo che fa un uso astuto quanto intelligente di elementi araldici, italiani naturalmente… Questa evoluzione del gusto tout court, dovrebbe beneficiare proprio l’industria italiana, che quei prodotti li produce da decenni. E bene. Quale cucina meglio si presta per sua vocazione a essere rappresentata in modo essenziale e senza additivi neanche grafici? Ma le aziende italiane non fanno la spesa da Wholefoods, Loblaws, D’AG o Tesco. Altrimenti si sarebbero accorte che anche fuori da Eataly chi compra prodotti ”italiani” lo fa anche perchè all’Italia associa un quoziente di valori intangibili quanto precisi. Un’idea di cucina semi-artigianale, genuina, invenzione di un paese antichissimo. Suggestioni semplici oltrechè assai spendibili, ma pressochè assenti nel modo in cui il food italiano viene promosso e venduto. La sensazione forse poco scientifica è che le aziende itlaliane abbiano volontariamente disertato una (preziosa) posizione di mercato. Complice la pigrizia del marcato interno, forse. Sarà quindi colpa di complessi fattori macroeconomici se nei supermerkati da Dubai a Filadelfia i prodotti italiani veri sono finiti sullo scaffale del food etnico, mentre quelli degli italian fake, fatturano (a nostro danno). Ma di sicuro il packaging 1.0 non aiuta. Chissà che i recenti dati dell’export in questo settore convincano qualche azienda italiana che il mondo sarà pure globalizzato, ma il packaging nazional popolare post carosello, a differenza della cucina made in italy, non è esportabile.

Il segreto di Mark Zuckemberg una t shirt grigia

Il sospetto è diventato certezza: Mark Zuckerberg si veste sempre allo stesso modo perché ha una sfilza di magliettine grigie tutte uguali («direi almeno 20»), che cambia ogni mattina, così da non dover rimanere delle ore davanti all’armadio per decidere cosa mettere. Anche perché di spazio nell’armadio lui ne ha pochino, visto che se lo prende tutto la neo moglie Priscilla Chan, sposata a maggio, e perciò le sue T-shirt «sono infilate in un unico cassetto, come capita a tutti gli uomini del mondo». Una confessione – questa di un singolo alloggiamento a disposizione nell’armadio per magliette e felpe - che ha fatto quasi cascare dal divanetto Matt Lauer del Today Show (l’intervista è stata registrata la scorsa settimana, ma andrà in onda giovedì mattina) che, al contrario, deve disporre di ben altro spazio in casa sua, visto che compare regolarmente nelle classifiche dedicate agli uomini meglio vestiti del mondo.
LA MODA DELLA SILICON VALLEY - Di certo, il 28enne fondatore di Facebook segue la tradizione anti-modaiola dei padri della tecnologia moderna (vedi Steve Jobs e i suoi dolcevita neri), anche se ci vuole davvero dell’ironia a far intervistare ad un fashionista convinto come Lauer uno come Zuckerberg che, oltre alle 20 t-shirt grigie, possiede anche «una collezione sterminata di felpe con il cappuccio». O che lunedì è stato capace di presentarsi in maglietta grigia d’ordinanza in un programma in prima serata alla tv russa, anche se poche ore prima, durante l’incontro con il primo ministro Dmitry Medvedev aveva sfoggiato un serissimo completo nero, con tanto di cravatta e camicia immacolata (ma pure in quell’occasione non era mancata l’adorata t-shirt: in questo caso bianca, con la scritta “Facebook.com/Dmitry.Medvedev” e regalata al primo ministro. E a proposito di regali, anche Zuckerberg ne riceve parecchi. L’ultimo in ordine di tempo è stato l’iPhone 5, mandatogli espressamente da Tim Cook (un altro per il quale la moda questa sconosciuta, visto che usa quasi esclusivamente magliette nere a maniche lunghe) e definito dallo stesso signore di Facebook «un dispositivo meraviglioso». Tutto il contrario, insomma, dell’iPhone 4, che Zuckerberg criticò pubblicamente sulla sua bacheca nel giugno del 2010 per la scarsa durata della batteria e la pessima qualità delle telefonate.

03 ottobre 2012

Miracolo economico a Gorgonzola (Mi)

Il colpo di fulmine scattò con una serie di ranocchiette di plastica dentro una confezione di merendine. Poi, quando i piccoli collezionisti sono diventati adulti e hanno cominciato a capire che tanti appassionati come loro erano pronti a spendere soldi per comprare i pezzi mancanti, i tre hobbisti - con un fiuto per gli affari tutto milanese - hanno trasformato la loro passione, e una competenza incredibile, in un'impresa. E in pochi anni hanno fatto le cose in grande: i gadget delle loro camerette dapprima hanno riempito una stanza, poi un ufficio e oggi le sorpresine stipate in magazzino sono diventate centinaia di migliaia. I loro negozi virtuali di Ebay e Amazon sono presi d'assalto dai collezionisti di Italia e d'Europa. Oggi «Non solo Sorpresine», da Gorgonzola, riesce a garantire lavoro e reddito ai tre soci e ad una dipendente. Il fatturato? «I numeri sono stati per una sorpresa anche per noi», si limitano a raccontare. Ma come fanno ad accaparrarsi tutti i pezzi delle serie più disparate in tempo e quantità tali da soddisfare le richieste? Nessun accordo con le aziende alimentari, né con i produttori di gadget. Semplicemente ogni settimana comprano quintali di merce, -ovetti, brioche, patatine, surgelati - scartano (si fa per dire, ci fanno grandi scorpacciate o lo regalano, spesso alle organizzazioni di solidarietà) il contenuto, e si tengono il «tesoro», le sorpresine, rigorosamente archiviate una per una come un piccolo gioiello. IL MERCATO - «Il nostro mercato punta molto anche sulle serie nuove, per cui appena escono - raccontano - ci dobbiamo precipitare dal grossista o più semplicemente all'ipermercato. Un esempio? La serie di "Carletto" ad esempio è andata molto bene - ne abbiamo vendute tantissime - ma abbiamo comprato quintali di surgelati in pochi giorni. Non sapevamo più nemmeno a chi regalarli». Anche il nostro mercato è cambiato, spiegano: «I bambini restano i nostri fornitori principali. Molti ci mandano i loro pezzi doppi, noi gli spediamo quelli che gli mancano. Ma naturalmente il nostro riferimento è rappresentato in gran parte dagli ex bambini che hanno vissuto l'epopea delle prime sorpresine e che oggi sono disposti a spendere anche centinaia di euro per qualche rarità». Alcune «sorpresine»Alcune «sorpresine» VINTAGE - Tra le serie di una volta e quelle di oggi le più richieste sono sicuramente quelle "vintage": «Pochi sanno ad esempio che lo stesso prodotto regalava serie diverse in ogni Paese, noi abbiamo anche molte di quelle. Il rimpianto? Le serie di una volta facevano davvero sognare. Fino a qualche anno i vari gadget erano anche accompagnati dalle rispettive "casette", a loro volta animate da suoni e movimenti. Alcune sono così rare che sono in vendita a cifre importanti». Nel mondo fatato di Gorgonzola però il business e l'ordine sono veri. Tanto che nei loro locali vige una regola ferrea: «I bambini non entrano», neanche i loro.

Love me do primo 45 giri dei Beatles compie 50 anni.

Era il 5 ottobre del 1962 quando veniva pubblicato il primo 45 giri dei Fab Four, Love Me Do / Please Please Me. Da qui comincio' il successo dei quattro giovani di Liverpool che rivoluzionarono la musica. Ci sarebbero voluti ancora una decina di mesi perché i Beatles cambiassero per sempre la scena del pop, con She Loves You / I'll Get You ma il 5 ottobre è diventato, a Liverpool e nel mondo, la data da festeggiare in assoluto, per chiunque ami il rock e la musica in generale.